tratto da QUI
Il signor Alexander vive sull’isola di Gotland insieme alla sua famiglia: un figlio piccolo, la moglie Adelaide e la figlia di primo letto di quest’ultima, Marta. Giornalista, critico letterario e teatrale, saggista, docente di estetica all’Università, nonostante il successo, Alexander, mano a mano che si avvicina la vecchiaia, è sempre più sprofondato nella cupezza delle proprie riflessioni intorno alla condizione dell’ essere umano. A Gotland era giunto pochi anni prima, con la moglie, e vi aveva acquistato una splendida dimora, immersa nel verde della natura di quel luogo stupendo, che sembrava allora tutto quanto si dovesse desiderare dalla vita. Poi gli era nato anche quel bambino che adesso costituiva tutta quanta la felicità che un uomo oramai avviato verso il declino poteva sperare.
Ma il tormento dei suoi pensieri è nondimeno lo stesso, se non addirittura maggiore di quando era giovane. Questo tormento lo assilla specie in occasioni particolari, come adesso che è il giorno del suo compleanno.
A passeggio in compagnia del figlio, che ha di recente subito un’operazione alle tonsille e che non è quindi in grado di parlare, Alexander si esibisce in un lungo monologo che va dalla riflessione intorno alla paura della morte fino all’errata concezione della vita che ne consegue e che ha dato origine a una cultura e una civiltà sbagliate. Sentiamo dai Racconti cinematografici di Tarkovskij alcuni brani di questo monologo:
“… Non c’è nessuna morte. C’è, è vero, la paura della morte, ed è una paura molto meschina, che induce molti a fare quello che gli uomini non dovrebbero fare … Ma immaginati un po’ come tutto cambierebbe se smettessimo di temere la morte … Se superassimo il terrore della morte … Anche se gli scienziati ritengono che si tratti di un terrore ineliminabile. Una specie di difesa … Un po’ come il dolore fisico, che ci avverte del pericolo. Io non lo credo, non sono d’accordo … Anche se né i bambini né i minorati mentali temono la morte, come ha notato Seneca. Che tra l’altro conclude molto bene il suo pensiero: “Ed è meschino colui cui l’intelletto non arreca la stessa serenità …”. Cioè quella dei bambini, intendeva …”. ( Milano, 1994, p. 273).
E più in là afferma:
“ L’uomo si è sempre solo difeso, dagli altri uomini e dalla natura che lo circondava. L’ ha addirittura combattuta, conquistandone sempre nuovi pezzi. Continuando a sfigurarla. Il risultato è stata la nostra civiltà, basata sulla forza, il potere, il terrore e la dipendenza. E tutto il nostro cosiddetto progresso tecnico è servito sempre e soltanto a procurarci o nuove comodità o strumenti per il mantenimento del potere. Siamo come selvaggi – usiamo il microscopio al posto del randello. No, no, i selvaggi sono molto più spirituali di noi, mi sono sbagliato! Qualsiasi conquista della scienza la rivolgiamo subito al male. Per quanto riguarda il comfort, poi, c’è stato un uomo intelligente che ha detto che tutto quello che non è indispensabile è peccato. Se è così tutta la nostra civiltà è costruita sul peccato. Siamo arrivati a una tremenda disarmonia, a uno sfasamento, cioè, tra lo sviluppo materiale e quello spirituale. La nostra cultura, meglio, la nostra civiltà è sbagliata, figlio mio. Tu mi dirai che si può studiare il problema e cercare una via d’uscita. Può darsi. Se non fosse così tardi. Troppo tardi …”. (op. cit. , pp.281-82).
Durante la sua passeggiata Alexander incontra Oscar, il portalettere, un ex insegnante di storia del ginnasio, ossessionato dal pensiero di Nietzsche. Per trasferirsi a vivere a Gotland, egli si è adattato a fare questo nuovo mestiere. Oscar consegna ad Alexander un telegramma di auguri ed osserva con curiosità il ramo d’albero che questi ha sistemato come una specie di ikebana in mezzo alla fenditura di una roccia.
Per cena, Oscar è ospite a casa sua, insieme a Victor, il medico di famiglia.
Egli racconta della sua passione di collezionista eccentrico, che raccoglie testimonianze di casi strani e di eventi che hanno a che fare col miracoloso. Mentre gli ospiti si intrattengono così in piacevole conversazione col portalettere, Alexander si assenta per qualche minuto. Poi, inconsapevole di ciò che è accaduto durante quel breve tempo, rientra in casa: Adelaide, Marta e i due ospiti sono impietriti davanti al televisore. Sta parlando il capo dello Stato. Annuncia che è scoppiata la guerra nucleare ed invita tutti a mantenere la calma. Le trasmissioni radiotelevisive e tutte le comunicazioni sono quindi interrotte.
Nel panico, Adelaide ha bisogno dell’intervento del medico, che le somministra un sedativo. L’angoscia ed una cupa sensazione di morte invadono così la casa. Quando tutti riposano, Oscar si reca da Alexander per avvertirlo che una soluzione che può scongiurare la tragedia, tuttavia, esiste. La soluzione è Maria, la domestica di Alexander e vicina di casa di Oscar. Maria è una donna sola. Affinché tutto ciò che sta accadendo possa cessare, Alexander deve giacere insieme a lei. Oscar sostiene che la donna è dotata di poteri straordinari, che è una strega, ma “nel senso buono del termine”. Se lei vuole, tutto ritornerà come prima.
Come per “Nostalghia”, Tarkovskij ci trascina ancora una volta nella dimensione dell’esorcismo e del rito. Alexander andrà così da Maria, la strega, e riuscirà ad ottenere la sua intercessione. Ma quando tutto sembra tornare alla normalità, egli improvvisamente impazzisce ed appicca il fuoco alla propria casa ed a quanto aveva di più caro.
Mentre Alexander viene caricato da alcuni infermieri su un’ambulanza, suo figlio va con un secchio d’acqua a bagnare il ramo che lui aveva piantato nella fenditura della roccia.
Nel suo diario, in data 5 marzo 1982, Tarkovskij riportava dal libro su Vite e detti dei Padri del deserto il seguente apologo :
“ Un giorno un anziano nativo di Thivanda, dal nome di Pavve, prese un albero secco, lo piantò sulla montagna e ordinò a Giovanni Colobos di bagnare ogni giorno quell’albero secco versando un secchio d’acqua, sinché l’albero non fruttificasse. Ora non c’era dell’acqua se non molto lontano di là: bisognava partire il mattino per riportarla la sera. Alla fine del terzo anno, l’albero prese vita e diede frutti. Il vecchio colse un frutto e, portandolo alla chiesa dei fratelli, disse loro: “Avvicinatevi e assaporate il frutto dell’obbedienza”. (A. Tarkovskij, Diari martirologio, Firenze, 2002, pp. 458-459).
Il significato del film di Tarkovskij risiede forse in due simboli: L’Adorazione dei Magi di Leonardo, un quadro che Oscar guarda con terrore e che gli fa preferire la pittura di Piero della Francesca, e il simbolo dello Yin-Yang disegnato sul kimono che Alexander indossa al momento di compiere il suo “Sacrificio”. Tragico preludio del razionalismo occidentale, la prospettiva geometrica di Leonardo, che fa la sua comparsa nello schizzo delle scale dell’ Adorazione dei Magi , costituisce una erronea epifania del divino e l’inizio della “deviazione” della cultura occidentale, che ha avuto origine proprio a partire da Leonardo. Il “Sacrificio” è così il modo per ristabilire l’equilibrio tra i due principi, Yin e Yang, che governano l’ordine delle cose e l’Universo intero.