Nel suo diario, in data 5 marzo 1982, Tarkovskij riportava dal libro su “Vite e detti dei Padri del deserto” il seguente apologo :
“ Un giorno un anziano nativo di Thivanda, dal nome di Pavve, prese un albero secco, lo piantò sulla montagna e ordinò a Giovanni Colobos di bagnare ogni giorno quell’albero secco versando un secchio d’acqua, sinché l’albero non fruttificasse. Ora non c’era dell’acqua se non molto lontano di là: bisognava partire il mattino per riportarla la sera. Alla fine del terzo anno, l’albero prese vita e diede frutti. Il vecchio colse un frutto e, portandolo alla chiesa dei fratelli, disse loro: “Avvicinatevi e assaporate il frutto dell’obbedienza”. (A. Tarkovskij, Diari martirologio, Firenze, 2002, pp. 458-459).
da mymovies Rassegna stampa
È come se Tarkowskij avesse fuso un’enorme, sonante campana: la sua opera, in tutto sette film nell’arco di venticinque anni, è l’equivalente della scommessa di Boriska, il ragazzino che nel finale di Andrei Rublev rischiando la vita si getta nell’impresa. E noi spettatori, così come il grande monaco pittore, al rintocco della campana costruita dal ragazzo miracolosamente siamo tratti dal silenzio, dalla disperazione, dal nulla. Si può vivere, si può parlare, si può avere fiducia negli altri perché qualcuno, miracolosamente, testimonia l’esistenza di un senso possibile. Certo, è difficile mantenere in ogni opera la perfezione formale e il pathos espressivo di L’infanzia di Ivan e di Andrej Rublev, oppure la capacità evocativa di Lo specchio e di Solaris, tuttavia anche Sacrificio, come il precedente Nostalghia, pur nell’accavallarsi non sempre completamente risolto di temi, suggestioni, visioni risulta un’opera che “dà da pensare”, che si propone come sofferta riflessione sulla condizione umana. I due film sono accomunati dalla dura esperienza personale dell’autore, costretto a un esilio doloroso, soprattutto sofferto per la lontananza della terra russa, della dacia vicino a un fiume, del figlio minore. È appunto a questo figlio, al quale è stato poi concesso in un secondo tempo di ricongiurgersi al padre, che Tarkowskij dedica Sacrificio, ancora una volta cercando di scacciare le ombre della morte con un atto di disperata fiducia nel futuro. “Ometto”, il bambino senza nome e senza parola al quale l’autore affida la possibile salvezza dell’umanità, innaffia nell’inquadratura finale un albero secco, “sapendo” che un giorno rispunteranno le gemme, e contemporaneamente pronuncia le uniche sue parole di tutto il film: “In principio era il Verbo: perché papà ?”. È questo senz’altro il momento più alto e misterioso di un’opera affascinante proprio perché non perfetta, coinvolgente al di là di un estenuante tempo narrativo perché impregnata di sincerità e autenticità. Tarkowskij, in vita, godeva fama di uomo chiuso e un po’scontroso, quasi infastidito dal “rumore” del mondo: ci resta ora la sua opera (nella speranza che Rublev, da anni scomparso dalla circolazione, sia di nuovo disponibile) a testimonianza di una eccezionale comprensione dell’esperienza umana, intesa come pienezza integrale di corporeità e spiritualità. Un volto tragicamente teso, scavato: così inizia la prima inquadratura di Sacrificio, su un particolare dell’Adorazione dei magi. Poi la cinepresa risale lungo l’albero che sta nella parte destra del quadro di Leonardo, fino a scoprirne le foglie, verdi e vive. Il movimento di macchina, lento verso l’alto, è un’apertura alla speranza e anticipa l’ultima parte del film, la più commossa e intensa. Nella seconda inquadratura, un altro albero si alza al cielo. È disseccato e tende i rami spogli, invocante. Occorrerà curarlo, quest’albero che sembra non avere più diritto alla speranza, dice Alexander al figlio. Occorrerà portargli ogni giorno dell’acqua, e prima o poi tornerà vivo. Ora, la stessa inquadratura – uno splendido piano-sequenza – introduce un nuovo elemento: su una bicicletta arriva Otto, il postino.I tre si incamminano verso casa e intanto Otto gira attorno ad Alexander e al figlio, in cerchi che si rincorrono uguali. Come i “malvagi” di cui da qualche parte scrive sant’Agostino, anche Otto “corre in cerchio”. È questo, appunto, il tema nuovo. Otto è un seguace molto sui generis di Nietzsche. Alla terribile insensatezza del mondo oppone l’annuncio dell’eterno ritorno dell’uguale, nella versione che, in Così parlò Zarathustra, è del “nano”. Tutto è destinato a tornare, il tempo è un cerchio. Può bastare questo ad Alexander, uomo senza più certezze e senza più speranza? Bisognerebbe credere che una verità, la verità – dice – sia conoscibile, per accettare una tale visione del mondo, o qualunque altra pretenda tanta assolutezza. Ma è proprio della verità che non è più sicuro. Mentre i due uomini discutono, il bambino lega con una lunga corda la bicicletta di Otto a un arbusto. Quando il postino riparte, i tre ridono. Il riso – questo riso leggero che viene da un bambino – chiude l’inquadratura. Tutto ciò che Sacrificio dice e cerca è già nel prologo che, insieme con le ultime immagini, fa del film un grande film. Fino all’epilogo, però, Tarkowskij non arriva più nemmeno vicino a tanta purezza di immagini, all’essenzialità dei temi introdotti con tanta semplicità e leggerezza. A poco a poco, Alexander entra nel buio terrore di Stalker (1979), di cui tornano anche le immagini allucinate. La condizione umana è sull’abisso, dice Tarkowskij. Ma è interessato al dolore metafisico dell’uomo, più che a immediate questioni storiche. E, nel film, di questo dolore metafisico la guerra atomica è una potente metafora, che però si perde in un nido di serpenti di parole e di cattiva coscienza, in un intrico di simboli e di immagini pesanti. Il sacrificio di sé – il sacrificio cristiano di sé, ha detto Tarkowskij – è la via d’uscita verso la nuova speranza. E così Alexander offre in sacrificio la propria casa, incendiandola. Come il principe Myskin dell’Idiota, vive con totale immediatezza la fede e la saggezza da essa suggerita (anche Nietzsche, che Tarkowskij sembra assumere come “Anticristo”, era affascinato da questo personaggio di Dostoevskij). Ora finalmente, dopo il sacrificio, il film ritrova la grandezza e la leggerezza del prologo. Il figlio di Alexander, tornato all’albero disseccato, lo cura con fedeltà. Sdraiato alle sue radici, chiede al padre assente: “In principio era il verbo: cosa significa, papà ?”. Sono le sue prime parole. Da lui, da un bambino, riprende il nuovo inizio, dalla sua parola sotto l’albero della vita, come nel grande quadro di Leonardo. Ora che Tarkowskij è morto, in questa immagine e in questa domanda si sente ancora più forte la sua disperata speranza, insieme con uno struggente senso della paternità. “Dedico questo film a mio figlio, con speranza” : così si chiude l’ultimo film di Andrej Tarkowskij, atterrito indagatore del sacro. Post scriptum per nietzschiani. Cosa penserebbe Nietzsche di Sacrificio? Direbbe, forse, che il nano fa una triste, diabolica caricatura dell’eterno ritorno. Il suo eterno ritorno è solo un ritorno senza fine delle terribili cose della vita. Il nano, e con lui Otto e Alexander, prendono la questione con spirito di pesantezza. Per Zarathustra, invece, l’eterno ritorno sta “sulla soglia dell’attimo”. È eterno, non infinito. È la universale innocenza del divenire, l’amore della superficie di chi abbia scrutato nelle profondità umane, troppo umane del dolore. È il gioco leggero di un fanciullo, l’amo d’oro che riconquista alla vita. Secondo Nietzsche, il dolce principe Myskin è a un passo da questo fanciullo che ride. E che, ridendo, libera il mondo dal terrore metafisico di Alexander. Ecco, forse Nietzsche troverebbe splendidamente “leggeri” il prologo e l’epilogo, con il riso liberatore e la gioia che vengono dal gioco di un fanciullo.
Da Il Sole 24 Ore, 14 Giugno 1987