Solitudine. Un lusso antico abolito dall´hi-tech (di Riccardo Stagliano)

La Repubblica, 23/02/2009

L´abolizione della solitudine è stata decretata d´urgenza via sms. Pubblicata sulla gazzetta ufficiosa di Facebook. E si può ascoltare anche sull´iPod. Recita: «È da considerarsi patologica la condizione di chi sta per conto proprio, nell´esclusiva compagnia dei suoi pensieri, per più di 15 minuti consecutivi, senza contatti elettronici con altre persone o analoga interazione con apparecchi digitali». Per ora è solo uno scenario distopico, alla Philip K. Dick, ma potremmo arrivarci. È di questi giorni l´allarme dello psicologo Aric Sigman: negli ultimi vent´anni in Gran Bretagna la quantità di tempo speso nei rapporti faccia-a-faccia è crollata da 6 a 2 ore al giorno, a tutto vantaggio di qualche succedaneo virtuale. Qualche settimana fa, in occasione del folle record della tredicenne californiana Reina Hardesty che ha inviato 14.528 messaggini in un mese, si è scoperto che tra gli adolescenti di quello stato la media è di 1.742. E anche da noi il numero di chi compra abbonamenti forfettari per 1000 sms, tipo Infinity Messaggi di Vodafone, si è impennato del 50 per cento in un anno. Significa che alcuni milioni di persone per 32 volte al giorno interromperanno ciò che stanno facendo per far sapere a qualcun altro che ci sono. Aggiungete le email, le chat, le telefonate. Siamo sempre meno in reale compagnia ma è quasi impossibile restare davvero da soli. Con conseguenze sulla nostra psiche che solo adesso si cominciano a indagare. Negli Stati Uniti il tema è stato affrontato di recente in due lunghi articoli che rimandano ad altrettanti libri. Uno è “Elsewhere, U.s.a.” di Dalton Conley, che racconta il deperimento della socialità che trova nelle blackberry moms una nuova icona. «Siamo passati dall´etica dell´uomo solo a cavallo nella prateria a quella di persone sopraffatte dalla gestione di flussi multipli di dati», si legge, e «l´ansia di essere soli spinge a rispondere costantemente a sms e twitter (un sistema per essere brevemente informati delle attività altrui, ndr) ma quello stesso atto crea l´ansia». È un circolo vizioso. In “Loneliness” invece lo psicologo dell´università di Chicago John Cacioppo costruisce un poderoso argomento contro la solitudine assoluta (che fa ingrassare, deprimere, ammalare) ma mette in guardia dai suoi apparenti sostituti elettronici. «Social snacking», li chiama. Un messaggino è uno spuntino, una chiacchiera dal vivo un pasto. «Stare soli in uno spazio pubblico» dice al Boston Globe Leysia Palen, docente di informatica all´università del Colorado «è un´abilità che sta scomparendo». Vedere una persona seduta con le mani in mano, assorta, è il corrispettivo della madeleine di Proust e rimanda a un tempo irrimediabilmente perduto. Se hai 1 minuto libero mandi un sms, 5 e ascolti una canzone, 10 e guardi un video sul palmare. Il palinsesto delle nostre giornate non prevede buchi. Scrive William Deresiewicz sull´accademico Chronicle of Higher Education: «Se la noia era il grande sentimento della generazione televisiva, la solitudine è quello della web generation». Bisogna neutralizzarla a tutti i costi. Ieri col telecomando, oggi col telefonino. Per questa uccisione però si paga un prezzo, individuale e collettivo. Cartesio, Newton, Locke, Spinoza, Kant, Nietzsche, per citarne alcuni, vissero la maggior parte delle loro vite da soli. Per sviluppare un pensiero originale servono tempi lunghi. Silenzio. Concentrazione. Niente bip che spezzino di continuo il filo del ragionamento. «La creatività? Il bimbo la sviluppa nell´assenza della madre, creando simboli che la rimpiazzino» conferma lo psicologo Luciano Di Gregorio, autore di “Psicopatologia del telefonino”, «e anche gli adulti sopperiscono alla mancanza degli altri attraverso la mente, producendo pensiero. Se invece ingannano l´assenza con una presenza fittizia via sms, perdono un´occasione di astrazione, di inventare qualcosa». Dopo il pensiero debole postmoderno siamo entrati in quello corto, internettiano e cellularistico. In cui «contatti sempre più frequenti ma limitati» – ancora Di Gregorio – rendono le persone incapaci di tollerare un´ansia da separazione che assume subito sembianze minacciose: «Perché non risponde?». Siamo già oltre la dipendenza da sms, mail o chat. «È una trasformazione cognitiva, concepiamo la realtà in modo differente per un´interazione elettronica continua con l´altro». Sparisce lo spazio mentale libero per sé, ne resta solo uno socializzato. Una transizione che può modificare gli esseri umani. «Manca sempre più un buon ritiro mentale, dove pensare ai propri progetti e fare l´inventario di se stessi e delle proprie qualità», avverte Fausto Manara, psichiatra e autore di “Un angolo tutto per me”, sottotitolo “Le belle sorprese della solitudine”. Non propone l´isolamento, niente 41bis dell´anima, ma di rivalutare Donald Winnicott, tra i padri della psicoterapia, che nel �50 definì «la capacità di essere soli come tappa necessaria per sviluppo emotivo». Dice: «I contatti virtuali sono poco utili alla costruzione del sé. Chi non ci mette la faccia, metaforicamente e praticamente, preferendo la scorciatoia di sms e mail, non si mette davvero in gioco». Non sta sul serio né con sé, né con gli altri. Assicura il talmud che un po´ di dolore può essere una benedizione. La solitudine non è sempre piacevole ma ci costringeva, in mancanza di altre distrazioni, a guardarci allo specchio. Quello stesso che stiamo incrinando, 160 caratteri alla volta.

2 Commenti

  1. piryur ha detto,

    24 Febbraio, 2009 a 11:56 pm

    Salve professore! E’ un po’ che non scriveva! Vuol fare come i grandi gruppi? Lunga gestazione di ciascun album per far salire l’attesa? :-) Comunque… come non essere d’accordo? Sono il primo a rendermi conto di come sia cambiata la capacità di concentrazione con l’avvento del PC (prima) e dell’ADSL flat (poi)…

  2. prose90 ha detto,

    1 Marzo, 2009 a 10:56 pm

    Rileggendo l’articolo di Alberoni ammetto che non sia proprio campato lì per aria. La prima impressione che ho avuto è stata quella di tipico articolo allarmista per far paura alla gente. “Temeteli questi ragazzi! Sono incontrollabili, pieni di sè e senza senno!”.
    Qualche idiota che brucia i barboni esiste ma è anche esistito tempo fa ed esisterà ancora. Fare di tutta l’erba un fascio però non mi sembra la miglior soluzione. Personalmente non credo che i ragazzi d’oggi si ritengano perfetti; non conosco canzoni che incitano i ragazzi ad essere e comportarsi come un Dio ma non ho dubbi sul fatto che quelle che ci sono sono sporadiche e composte per fare “scalpore”. I ragazzi stupidi fanno gli stupidi per diventare famosi su Youtube ed essendo stupidi davanti ad una telecamera mostrano il meglio (o il peggio) di loro stessi. Con Stagliano comunque mi trovo più d’accordo, anche se conto sulle dita di una mano i ragazzi che mandano migliaia di SMS ogni mese. Quello però che non si prende in considerazione è il fatto che per i ragazzi è un periodo di transizione. Crescendo, facendo nuove esperienze, si capisce da soli quali comportamenti vanno bene e quali no. Poco prima dell’inizio della scorsa estate mi sono ritrovato a giocare ad un gioco online per ore ed ore al giorno. Ora a stento riesco a rimanere davanti ad un pc più del necessario. L’sms lo reputo triste e seppur comodo non riesco a immaginare tutte le mie relazioni ridotte ad esso. Senza solitudine non si raggiunge nulla, vero. Appena si inizia a studiare, il cellulare si lascia in un’altra stanza, se non si spegne. Non credo che l’SMS o Facebook peggioreranno l’uomo. Se l’uomo è abbastanza intelligente se ne distaccherà da solo appena capito il problema. I circoli si spezzano e l’uomo va avanti. Poi, si può stare a parlare tante ore ma basta vedere su Sky programmi idioti come “S.O.S. Tata” per capire che sono proprio loro, quegli adulti vissuti nel ‘68, con radici e ideali, buone intenzioni e propositi, a dare ai ragazzi i soldi per mandare Sms e a farsi di Coca. I sociologi dicono anche che è compito dei genitori dare un’educazione ai figli. Dare loro dei valori ed un’etica. È compito loro correggere i loro comportamenti quando sbagliano.
    Concludendo, non so se effettivamente lo starsene senza avere contatti con nessuno stia in generale diminuendo: I contemporanei di Nietzsche lavoravano 16 ore al giorno e non vi era molto tempo per starsene da soli a riflettere. Si respirava meno aria e non ci si poteva ritagliare spazi per se stessi. A quei tempi c’erano gli eremiti come al giorno d’oggi, più o meno.


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