Assassinio Paolo Borsellino 19 anni dopo

Fonte:  Corriere della Sera 24 luglio 2007

MILANO – «È ora di smettere di piangere per Paolo, è ora di finirla con le commemorazioni, fatte spesso da chi ha contribuito a farlo morire». È una lettera durissima quella scritta da Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il giudice morto 15 anni fa nella strage di via D’Amelio a Palermo. L’ingegnere Borsellino, che vive a Milano, ha voluto replicare al documentario sulla mafia a Palermo andato in onda lunedì sera su rai3 e condotto da Alexander Stille. Si tratta della seconda lettera che il fratello del magistrato ammazzato dalla mafia con quattro agenti della scorta, scrive. La prima lettera era stata scritta pochi giorni fa alla vigilia delle commemorazioni per il 15esimo anniversario delle stragi di Capaci e via D’Amelio.

VENDICARE – «È l’ora invece di dimenticare le lacrime, è l’ora di lottare per Paolo, lottare fino alla fine delle nostre forze, fino a che Paolo e i suoi ragazzi non saranno vendicati e gridare, gridare, gridare finchè avremo voce per pretendere la verità, costringere a ricordare chi non ricorda», prosegue Salvatore Borsellino.

 Una foto di archivio di via D'Amelio dove il giudice Paolo Borsellino fu ucciso dalla mafia (Ansa)
Una foto di archivio di via D’Amelio dove il giudice Paolo Borsellino fu ucciso dalla mafia (Ansa

POLITICI – Borsellino si chiede «dove sono le migliaia di persone che cacciarono e presero a schiaffi i politici che, scacciati dai funerali di Paolo, avevano osato andare nella Cattedrale di Palermo, davanti alle bare dei ragazzi morti insieme a lui, a fingere cordoglio e disputarsi i posti più in vista nei banchi della chiesa?». E ancora: «Dove sono le migliaia di giovani, di gente di tutte le età, che ai funerali di Paolo continuavano a gridare il suo nome, Paolo, Paolo, Paolo?». «Ricordi il presidente del Consiglio e ricordino tutti i politici – prosegue Salvatore Borsellino – che guidare l’Italia non è gestire un tesoretto, disquisire su scalini e scaloni, o azzuffarsi sugli interventi nelle missioni all’estero, e dimenticare che i veri problemi sono nel nostro stesso paese, in un Sud abbandonato alla mafia, alla camorra, alla ndrangheta».

GIOVANI – Quindi l’appello ai giovani: «Ricordate che non ci può essere una repubblica, non ci può essere una democrazia fondata sul sangue, fondata sui ricatti incrociati legati alla sparizione di un’agenda rossa e delle memorie di un computer e a quello che può esserci scritto o registrato. Ricordate che non basta cambiare nome ad un partito e poi, nel discorso programmatico del suo capo in pectore non sentire neanche pronunciare la parola mafia. Ricordate che il futuro è vostro e che ve lo stanno rubando».
L’AGENDA ROSSA – Torna in primo piano intanto la vicenda della scomparsa dell’agenda rossa del giudice ucciso in via D’Amelio. In merito, il gip di Caltanissetta Ottavio Sferlazza ha infatti indicato alla procura nuovi spunti di indagine. Nelle scorse settimane i pm avevano chiesto l’archiviazione del fascicolo iscritto a carico di ignoti per il reato di furto. Il giudice, però, si era opposto riservandosi ulteriori decisioni. Ora, con una ordinanza, il gip ha chiesto alla Procura di ricostruire cronologicamente le fasi successive all’esplosione dell’autobomba e di interrogare i due carabinieri ritratti in alcune foto in via D’Amelio il 19 luglio del 1992 accanto all’allora capitano, Giovanni Arcangioli che teneva in mano la borsa che avrebbe dovuto contenere l’agenda scomparsa e sulla quale, come abitudine, Borsellino segnava ogni cosa riguardasse appuntamenti, indagini e sue riflessioni. Arcagioli, che nel frattempo è diventato colonnello, è iscritto nel registro degli indagati a Caltanissetta per false dichiarazioni al Pm. Il Gip Sferlazza chiede anche ai Pm di Caltanissetta, inoltre, di accertare perché la relazione sulla scomparsa dell’agenda venne redatta solo a dicembre del 1992.
Ed ecco una lettera scritta dal fratello Salvatore Borsellino nel 2007, che aiuta a ricordare.

 26.12.2007

Mi sento in dovere di aggiungere queste mie considerazioni personali alle dichiarazioni di mia sorella Rita, che ho sottoscritto insieme a tutta la famiglia Borsellino, sulla incredibile vicenda della possibile concessione della grazia ad un traditore dello Stato che finora ha scontato solo 7 mesi sui 10 anni di detenzione a cui e stato condannato in via definitiva dalla corte di Cassazione.

Personaggio sul quale pesano peraltro gravissimi sospetti, oggetto di indagini purtroppo ancora in corso dopo ben quindici anni, in merito alle telefonate intercorse, 80 secondi dopo la strage, tra il castello Utveggio, dal quale è probabilmente stato azionato il telecomando per l’esplosione dell’autobomba, da una utenza clonata instestata a Paolo Borsellino e l’utenza dello stesso Contrada.

Come risulta da carte processali “si segnala l’esigenza di approfondire ipotesi ed elementi sin qui trascurati, nella prospettiva di individuare complici e mandanti esterni all’associazione mafiosa. Si individua un cospicuo raggio di attività investigative aventi oggetto organismi e persone che potevano contare sulla disponibilità dei locali …, sede del Sisde, controllato a Palermo dal dottor Contrada”.

Quella sede del Sisde smantellata pochi giorni dopo la strage perche evidentemente aveva esaurito il suo compito.

Basterebbero questi sospetti e l’esistenza di queste indagini per rendere inopportuna anche solo lipotesi della concessione della grazia ad un individuo sul quale pesano sospetti di questo genere ma per di più anche dal punto di vista tecnico mi risulta che per reati di mafia (compresi nell’elenco di cui all’art 4 bis ord.pen.) non è possibile nè la sospensione della pena nè le misure alternative tra cui la detenzione domiciliare, salvo non collaborino con la giustizia.

 Non mi risulta che Bruno Contrada abbia mai mostrato lintenzione di collaborare con la Giustizia anzi ha sempre dichiarato sprezzantemente che mai e poi mai avrebbe presentato domanda di grazia e a questo punto risulta inverosimilie la celerita’ senza precedenti con la quale il nostro custode della Costituzione abbia appoggiato la richiesta di grazia ed inoltrato la pratica al cosiddetto ministro di grazia e giustizia per un rapido espletamento dei passaggi necessari.

In quanto alle pretese esigenze umanitarie e bene ricordare che il Giudice di Sorveglianza del tribunale di Santa Maria Capua Vetere si e’ pronunciato il 12 dicembre 2007 in maniera contraria alla possibilita’ di differimento della pena detentiva del Contrada poiche’ le patologie dello stesso potrebbero essere curate in carcere od in apposite strutture esterne.

Se peraltro tutti gli affetti di patologie come il diabete dovessero avanzare domanda di grazia per gli stessi motivi del Sig. Contrada ed ottenerla in tempi cosi rapidi il problema del sovraffollamento delle carceri italiane sarebbe rapidamente risolto.

Le attuali condizioni di salute del Sig. Contrada (o meglio del Dottor Contrada, come lo hanno sempre chiamato con rispetto molti affiliati a Cosa Nostra) sono peraltro deteminate da un sciopero della fame attuato da qualche giorni dallo stesso, e i suoi numerosi fratelli, piuttosto che accusare mia sorella Rita di scarsa umanità perche si oppone alla concessione della grazia farebbero bene ad impiegare le loro energlie a a convincere il proprio fratello  a ricominciare a nutrirsi, per i prossimi anni, di quello che il regime carcerario, a spese dei contribuenti italiani, gli passa.

 Per sapere quello che mio fratello Paolo pensava di Bruno Contrada basta ricordare l’episodio, riportato in atti processuali, nel quale avendo Paolo sentito fare quel nome a tavola da un funzionario di polizia amico della figlia, era sobbalzato dicendo chi ti ha fatto quel nome, basta che può bastare pronunciarlo a sproposito per morire.

In quanto al cosiddetto ministro di grazia e giustiza non poteve che essere affidata ad un uomo come lui, che ha cosi bene portato a compimento i compiti di sottrarre inchieste scottanti ai loro giudici naturali, conditi da sottrazioni di incartamenti dalle casseforti del tribunale di incatamenti relativi a processi prima che al giudice che laveva in carico ne fosse conmunicata lavocazione, di portare  a termine questo compito.

Risulta cosi chiara la missione storica che lo stesso Mastella dichiara essergli stata affidata da Giulio Andreotti nel momento in cui, prima riluttante, fu convinto dallo stesso Andreotti, oltre che da Cossiga, ad accettare questo incarico.

                                                                                                     Salvatore Borsellino

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