ACQUA: meglio gestione pubblica o privata?

La domanda è lecita visto che dal 2010 il nostro governo ha approvato una legge che obbliga i Comuni a mettere sul mercato le multiutility, società comunali che gestiscono tra l’altro anche la distribuzione dell’acqua che beviamo.

Non sono un fan di Grillo, ma questo servizio della trasmissione Exit su La7 mi sembra faccia capire che cosa potrebbe succedere nel caso più nefasto in cui i sindaci e le giunte facessero gli interessi dei privati e non dei cittadini che li hanno votati, con la giustificazione dei problemi di bilancio.

I sindaci dei Comuni dicono di avere sempre meno soldi per la gestione e per gli investimenti necessari alle multiutility, ma con una politica miope e ladresca, invece di ammetterlo pubblicamente e di aumentare le tasse per il periodo necessario al miglioramento del servizio, preferiscono far pagare ai cittadini le tasse in modo indiretto permettendo l’aumento delle tariffe.

Il risultato per il sindaco del Comune è positivo (non aumenta le tasse e/o i debiti), ma il risultato è negativo per i cittadini che invece di pagare solo le tasse necessarie a coprire i costi dei servizi e degli investimenti, si ritrovano a pagare oltre a ciò anche la parte di profitto delle società private.

Odio Gli Indifferenti

Mi è capitato di assistere ad uno spettatocol dell’Associazione Fanteatro, dove dei giovani d’oggi hanno riletto lettere di condannati a morte della “Resistenza” del 1945.

E’ stata una grande e piacevole sorpresa. E’ vero la Resistenza è ancora un argometo forte, che spesso divide, che scalda gli animi, ma molti non sannno nemmeno cosa è veramente successo e si acontentano degli stereotipi dell’una o dell’altra parte.

Durante lo spettacolo è stato citato Gramsci e il suo scritto/motto “Odio gli indifferenti”.

Ebbene se si ha il coraggio di leggerlo senza preconcetti, senza vedere rosso perchè Gramsci era un socialista, senza associare alla parola partigiano il significato che gli ha incollato la retorica della Resistenza, ma  lo si intende alla lettera, ossia uno che prende parte/si interessa a qualcosa (così come lo intendeva Gramsci nel febraio del 1917), ebbene se lo si legge così quanto dice nel 1917 è illuminante per toccaro con mano che la storia è una freccia che va dritta verso il futuiro, ma è più simile ad una ruota e che chi non la conosce corre il rischio di ripercorrerla.

INDIFFERENTI

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani” (1). Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.
L’indifferenza opera potentemente nella storia.

Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa.

Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo?
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Monica Maggioni – La fine della verità

La fine della verità

ISBN: 8830424072

Titolo: La fine della verità

Autore: Maggioni Monica

Editore: Longanesi

Collana: Le spade

Pagine: 226

Data pubblicazione: 2006

 

La realtà è assai più complessa e contraddittoria di quella che vediamo rappresentata ogni giorno dai media. Dopo aver attraversato la guerra in Iraq e i principali conflitti degli ultimi anni, a cinque anni esatti dall’11 settembre, basandosi su documenti e informazioni raccolte sul campo, Monica Maggioni racconta qui di come la stampa è stata condizionata dall’eco delle reciproche propagande: la grande macchina da guerra americana da un lato e il potente network del terrorismo internazionale dall’altro. Leggi il seguito di questo post »

Referendum elettorale (1).

 Da Corriere della Sera – Sezione: Italians (28 giugno, 2007)

Applausi alla Casta. La nostra apatia le ha dato la vittoria

Beppe Severgnini

La Casta ha vinto, e merita un applauso. Tutti in piedi, signori! Abbiamo di fronte dei fuoriclasse. Hanno reso la politica così nauseante da uccidere il (poco) senso civico che ancora alloggiava nella coscienza degli italiani. A suo modo, è un capolavoro. Certo: trovar rifugio in una fazione, e insultare l’altra fazione, ci piace ancora. Ma questo, con la democrazia, non c’entra.

La prova è la difficoltà imbarazzante nel raccogliere 500.000 firme per il referendum elettorale. E’ vero che i media di governo e d’opposizione ne parlano poco: esistono però i giornali indipendenti, le radio, internet, il cellulare, le piazze, il passaparola. Ma la parola non passa, perché siamo apatici, disinteressati, sfiduciati. Per usare un termine tecnico: non ce ne frega niente. Trovare un buon posto per le vacanze: questo sì è un obiettivo che scalda i cuori.

Non importa che il referendum sia l’UNICO mezzo a disposizione per cancellare una legge elettorale vergognosa, che costringe all’eterno pareggio; per abolire le attuali coalizioni, dove ogni partitello ha potere di ricatto; per impedire che i candidati vengano nominati dai partiti (spesso tra adulatori, camerieri e cortigiane). Qual è il problema? Che per agire, bisogna indignarsi. E per indignarsi, occorre capire. E per capire, è necessario un minimo di attenzione. Solo così si trovano le energie per uscire di casa e firmare (www.referendumelettorale.org).

L’accidia democratica non è solo italiana. Tutte le grandi democrazie soffrono della sindrome della pancia piena. La differenza è che la classe politica, altrove, è meno famelica, meno incosciente, meno spudorata. La Casta in Italia può fare, disfare, abusare, spendere, ridere e deriderci (in periferia come al centro); in Germania, in Francia o negli USA deve stare più attenta. Ma può fare ciò che vuole in quasi tutto l’Occidente.

Lo prova un bel libro di Kamran Nazeer, “Send in the idiots” (in Italia, “La scuola degli idioti”, Rizzoli). L’autore spiega cos’è accaduto con l’Atto per la libertà di informazione che, dall’inizio del 2005, consente a qualsiasi cittadino del Regno Unito di richiedere qualunque informazione a qualunque pubblica autorità: enti governativi locali e centrali, scuole, unità sanitarie, forze di polizia e molti archivi (noi ce la sogniamo, una norma del genere!). La maggior parte delle richieste è gratis, e tutte si possono fare per email.

I civilissimi britannici si sono buttati a chiedere informazioni su costi, spese, sprechi? Manco per sogno. Solo il 20% è al corrente della possibilità, e solo il 6% ha usufruito del servizio. Altre nazioni hanno da tempo il diritto di libero accesso alle informazioni: le loro esperienze sono simili. Solo il 5% dei cittadini australiani ha fatto una domanda. Il 62% delle pubbliche autorità in Canada non ha mai ricevuto una richiesta. In sostanza: esiste un’opportunità per cambiare, ma i cittadini non sono interessati.

Riassunto, amaro: la gente è contenta che a occuparsi della politica sia una classe di professionisti. Questi, che non sono stupidi, ne approfittano. Anche negli Usa è successo, e le ultime campagne elettorali lo dimostrano. “La gente – scrive Nazeer – vuole eleggere qualcuno che condivida i suoi punti di vista, che trovi una soluzione alle sue paure. Non vuole addentrarsi nel dibattito”. Non vuole sentirsi dire che una situazione è complicata: il solo pensiero irrita e affatica.

A propoposito: avete firmato per il referendum elettorale, e avete fatto firmare? Se la risposta è “no”, basta commedie: teniamoci la Casta, e non lamentiamoci più.

Referendum elettorale (2).

Da Corriere della Sera -  Sezione: Italians (30 giugno, 2007)

La casta non si batte col referendum

Caro Beppe e cari Italians,
vorrei spiegarvi perché io, politologo che ha sempre appoggiato i referendum elettorali per il maggioritario negli anni ‘90, non firmo e non voterò per il nuovo referendum elettorale che tu Beppe sostieni assieme a molti altri. Anzitutto, i referendum sono 3 e non uno. Dei tre quesiti uno solo è condivisibile, quello che impedisce le multicandidature dei leader in vari collegi. Gli altri due mirano a dare un premio di maggioranza molto consistente, vicino ai 2/3 dei seggi parlamentari, alla SINGOLA lista che collezionasse più voti, A PRESCINDERE da quanti voti reali questa abbia preso. In questo il referendum è peggio della Legge Acerbo (che dava il 65% dei seggi alla singola lista di maggioranza relativa che avesse conseguito almeno il 25% dei voti reali) e della cosiddetta Legge Truffa (che dava il 65% dei seggi alla singola lista o all’alleanza di liste che avesse conseguito almeno il 50,1% dei voti reali). Quindi il referendum sanzionerebbe soprattutto la fine delle alleanze politiche, che non sono previste, per costringere tutti i partiti a fondersi in due contrapposti, che avrebbero dentro di tutto. Sul versante del Centrosinistra, di certo rimarrebbe fuori una fetta consistente – dal momento che i Ds hanno appena subito una forte scissione alla loro sinista – e dunque le elezioni le vincerebbe il partito maggiore di destra. Scusatemi, ma di avere un Parlamento in cui i 2/3 dei seggi siano parlamentari eletti in Forza Italia oppure nel partito unico Fi-An, io proprio non ne ho voglia. Ma non vorrei nemmeno un Parlamento dove i 2/3 dei seggi siano del PD, beninteso! Si resterebbe in democrazia, certo, ma al prezzo della fine della critica, se non come diritto di tribuna. Non sono pregiudizialmente contro gli alti livelli di sbarramento alla Camera (4%) e al Senato (8%) che i referendum introdurrebbero, ma forse l’8% è un tantinello alto? Cmqe, fosse solo quello il problema, per me andrebbero anche bene. Oltre a ciò, i tre referendum nulla fanno contro l’aspetto più vergognoso dell’attuale legge porcellum, l’impossibilità per l’elettore di esprimere UNA preferenza. Rimarrebbero le liste bloccate e la cooptazione dei parlamentari fatte dalle segreterie dei partiti. La casta, caro Beppe, la si abbatte in altro modo. Così le si dà una cambiale in bianco.
Sciltian Gastaldi , scrivimi@sciltiangastaldi.com

Veltroni: Un’idea del Paese offerta al Nord e ai ceti produttivi

da “sole 24 ore” di Stefano Folli

Si chiedeva a Veltroni la novità, il senso di una svolta. Il discorso di Torino ha rispettato le attese. Il sindaco di Roma è riuscito ad abbozzare, quanto meno, l’identità del Partito democratico. Che da ieri sera non è più solo l’incontro fra le nomenklature post-comunista e della sinistra cattolica. È qualcosa di più, nel segno di un uomo che riconosce come la crisi della sinistra europea ponga problemi non risolvibili con le vecchie formule. C’è un riformismo che si manifesta con l’impronta inedita di un Sarkozy, c’è un generale rimescolamento di idee e di soluzioni in cui è difficile riconoscere cosa è di destra e cosa è di sinistra. Molte ricette sono valide perché idonee a migliorare la qualità della vita, dando risposte alle necessità dei cittadini.

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Veltroni e il Pd: l’Ulivo si ’scalda’, tiepidi gli alleati

da “http://www.romagnaoggi.it

ROMA – Il discorso di ‘investitura’ a futuro segretario del Partito democratico pronunicato ieri da Walter Veltroni a Torino, ha suscitato numerose reazioni. Molte positive nel centrosinistra, ma non tutte. Tanti i distinguo, soprattutto tra i futuri alleati del Pd. Nel centrodestra è una vera e propria levata di scudi e di critiche contro un discorso definito semplicemente “un libro dei sogni”.

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