Battiato: gli spietati in giacca e cravatta

da Avvenire del 5 luglio 2008

IDEE.
Tra nuovi atei e finti credenti le società materialiste di oggi sono alla fine della loro corsa. La provocazione del cantautore

Battiato: gli spietati in giacca e cravatta

«Quando prestigiosi scienziati dichiarano che la materia è l’unica realtà allora mi viene un sospetto: che esistano uomini ‘mimetizzati’ che hanno come scopo abbattere la resistenza di quelli che sanno ancora sentire la bellezza della musica, della danza o della poesia»

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Paola Mastrocola – La scuola raccontata al mio cane

Un racconto- riflessione, pungente e amaro, sulla nostra scuola, le sue incoerenze e la crisi che attraversa e che pare sempre più profonda e inarrestabile. L’autrice si racconta e ci racconta di “un mestiere, quello dell’insegnante, che oggi non c’è più” :”qualcuno me l’aveva preso, lo aveva nascosto o addirittura ucciso”. Pag.7. Nelle note di copertina, la Mastrocola scrive: “Difficile oggi fare l’insegnante di lettere. Quando lo dico in giro, molti mi guardano perplessi. Secondo me, chi è fuori dalla scuola non può sapere come stanno le cose. Allora mi è venuta voglia di raccontarlo, dal momento che le sorti della scuola devono importare a tutti, è evidente. (…) Ho scelto come primo ascoltatore il mio cane, perché chi ne sa meno di lui? (…) Il mio cane è attento e partecipe: credo che <<senta>> i miei pensieri, in particolare se fanno rumore; e i miei pensieri sulla scuola ultimamente fanno dentro di me molto rumore… (…) Ho cercato di spiegargli che cosa sono i Progetti, i Recuperi, i Percorsi, i Debiti, gli Obiettivi, il Pof, tutte queste parole che fino a ieri appartenevano solo ad altri mondi – rispettivamente l’architettura, il diving, la topografia, l’arte militare – e che di colpo si riversano sulla scuola come un fiume in piena (ovvio che poi ci sembra di annegare). Mi sono anche chiesta: dove sono finiti lo studio, la lettura, il tema, la concentrazione, il tempo, la logica, gli apostrofi, la noia? Perché, proprio nell’era dell’Autonomia, ci pare di aver perso completamente… l’autonomia? Per quale motivo dobbiamo imparare a insegnare, e insegnare a imparare, e a nessuno importa mai ‘che cosa’?”.
Di seguito, un’intervista a Paola Mastrocola
http://www.infinitestorie.it/frames.speciali/FormSpeciale.asp?ID=323

Giancarlo Sturloni – Le mele di Chernobyl sono buone: mezzo secolo di rischio tecnologico

Le mele di Chernobyl sono buone

ISBN: 8851800596
Editore: Milano Sironi 2006

Recensione tratta da Galileo

Mezzo secolo di rischio tecnologico

di Daniela Cipolloni

Giancarlo SturloniLe mele di Chernobyl sono buone. Mezzo secolo di rischio tecnologicoSironi Editore, 2006pp. 269, euro 16,00In questo momento è il virus H5N1 dell’influenza aviaria. Poco prima, la Sars, le scorie radioattive di Scanzano Ionico, gli alimenti geneticamente modificati, i prioni responsabili della mucca pazza o l’Aids. Esattamente 20 anni fa, era la centrale nucleare di Chernobyl, e ancora dieci anni indietro la “fabbrica dei profumi” della vicenda Seveso. L’elenco potrebbe continuare così, fino al “peccato” originale della fisica: il rilascio delle bombe sulle città di Hiroshima e Nagasaki che palesarono in modo drammatico al mondo intero l’inizio dell’era atomica. Quello che hanno in comune i vari casi si può sintetizzare una parola: il rischio. Sono alcuni esempi fra quelli che questo libro racconta e riunisce (come nessun altro libro aveva finora fatto in Italia), episodi che rimandano a un rischio che non è più, come è stato in epoche passate, solo individuale: è un rischio collettivo, a carattere locale o globale, e persino intergenerazionale; investe la società intera, si ripercuote sull’ambiente naturale, chiama in causa scienza e tecnologia e costringe a fare i conti con nuove implicazioni di tipo etico, sociale, politico ed economico che queste hanno nella “società del rischio”, usando la definizione della nostra epoca data dal sociologo tedesco Ulrich Beck. “Le mele di Chernobyl sono buone” non parla soltanto dei fatti che negli ultimi 50 anni hanno reso drammaticamente evidenti al mondo intero i rischi per l’ambiente e la salute connessi allo sviluppo tecnologico. È soprattutto un’analisi del gioco delle parti di chi si è trovato coinvolto, volente o nolente, nelle situazione di rischio, di chi ha gestito la comunicazione al pubblico, di chi ha deciso e di chi ha subito, di chi ha preso parte alla negoziazione delle scelte e di chi, invece, è stato deliberatamente tenuto fuori. In molti degli episodi narrati, i pareri e le valutazioni degli esperti, di tecnici e scienziati, non collimano con quelli del pubblico dei non esperti. La probabilità di morire del morbo di Creutzfeldt-Jakob mangiando bistecche è una su un milione, pari a quella di ammalarsi di cancro al polmone fumando una sola sigaretta in tutta la vita, affermarono personalità del mondo politico o medico durante la psicosi della mucca pazza per rassicurare il pubblico. Una campagna di informazione rassicurante e anti-allarmista che, come raccontano le cronache, ebbe esiti disastrosi e non fece che acuire ed estremizzare la reazione pubblica ai primi casi di decesso. Il libro di Giancarlo Sturloni, responsabile del progetto del Master in Comunicazione della scienza della Sissa di Trieste e docente del corso di Comunicazione del rischio, procede su un doppio binario: quello degli eventi e quello delle idee, affiancando la ricostruzione storica, basata su fonti bibliografiche solide e ben documentate, all’evoluzione del pensiero e alla discussione teorica dei casi presi in esame. Il percorso cronologico dei fatti si intreccia quindi con quello, più dibattuto e meno lineare, dei diversi approcci alla gestione del rischio che si susseguono nel corso della storia: dal modello top-down degli anni Settanta fino alla consapevolezza che la percezione dei rischi e la loro accettabilità sociale sono questioni molto più complesse di quanto si possa ingenuamente affidare a cifre e calcoli statistici. I rischi legati alle tecnologie hanno sollevato controversie spesso sfociate nello scontro aperto e insanabile fra le parti interessate. Il caso della Val di Susa è solo l’ultimo esempio di una lunga lista. La prospettiva storica fornita nel libro e la riflessione che ne viene fuori potrebbero impedire di ripetere gli errori fatti in passato. Cinquanta anni di convivenza con il rischio hanno insegnato, infatti, almeno una cosa: che non è possibile sottrarsi al confronto e al dialogo, e non si può rinunciare alla partecipazione di tutti al tavolo delle decisioni.

Tarkovskij: film Sacrificio (2)

 

tratto da QUI

Il signor Alexander vive sull’isola di Gotland insieme alla sua famiglia: un figlio piccolo, la moglie Adelaide e la figlia di primo letto di quest’ultima, Marta. Giornalista, critico letterario e teatrale, saggista, docente di estetica all’Università, nonostante il successo, Alexander, mano a mano che si avvicina la vecchiaia, è sempre più sprofondato nella cupezza delle proprie riflessioni intorno alla condizione dell’ essere umano. A Gotland era giunto pochi anni prima, con la moglie, e vi aveva acquistato una splendida dimora, immersa nel verde della natura di quel luogo stupendo, che sembrava allora tutto quanto si dovesse desiderare dalla vita. Poi gli era nato anche quel bambino che adesso costituiva tutta quanta la felicità che un uomo oramai avviato verso il declino poteva sperare.
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Tarkowskij: film Sacrificio (“In principio era il Verbo: perché papà ?”)

Nel suo diario, in data 5 marzo 1982, Tarkovskij riportava dal libro su “Vite e detti dei Padri del deserto” il seguente apologo :
“ Un giorno un anziano nativo di Thivanda, dal nome di Pavve, prese un albero secco, lo piantò sulla montagna e ordinò a Giovanni Colobos di bagnare ogni giorno quell’albero secco versando un secchio d’acqua, sinché l’albero non fruttificasse. Ora non c’era dell’acqua se non molto lontano di là: bisognava partire il mattino per riportarla la sera. Alla fine del terzo anno, l’albero prese vita e diede frutti. Il vecchio colse un frutto e, portandolo alla chiesa dei fratelli, disse loro: “Avvicinatevi e assaporate il frutto dell’obbedienza”. (A. Tarkovskij, Diari martirologio, Firenze, 2002, pp. 458-459).


da mymovies Rassegna stampa

È come se Tarkowskij avesse fuso un’enorme, sonante campana: la sua opera, in tutto sette film nell’arco di venticinque anni, è l’equivalente della scommessa di Boriska, il ragazzino che nel finale di Andrei Rublev rischiando la vita si getta nell’impresa. E noi spettatori, così come il grande monaco pittore, al rintocco della campana costruita dal ragazzo miracolosamente siamo tratti dal silenzio, dalla disperazione, dal nulla. Si può vivere, si può parlare, si può avere fiducia negli altri perché qualcuno, miracolosamente, testimonia l’esistenza di un senso possibile. Certo, è difficile mantenere in ogni opera la perfezione formale e il pathos espressivo di L’infanzia di Ivan e di Andrej Rublev, oppure la capacità evocativa di Lo specchio e di Solaris, tuttavia anche Sacrificio, come il precedente Nostalghia, pur nell’accavallarsi non sempre completamente risolto di temi, suggestioni, visioni risulta un’opera che “dà da pensare”, che si propone come sofferta riflessione sulla condizione umana. I due film sono accomunati dalla dura esperienza personale dell’autore, costretto a un esilio doloroso, soprattutto sofferto per la lontananza della terra russa, della dacia vicino a un fiume, del figlio minore. È appunto a questo figlio, al quale è stato poi concesso in un secondo tempo di ricongiurgersi al padre, che Tarkowskij dedica Sacrificio, ancora una volta cercando di scacciare le ombre della morte con un atto di disperata fiducia nel futuro. “Ometto”, il bambino senza nome e senza parola al quale l’autore affida la possibile salvezza dell’umanità, innaffia nell’inquadratura finale un albero secco, “sapendo” che un giorno rispunteranno le gemme, e contemporaneamente pronuncia le uniche sue parole di tutto il film: “In principio era il Verbo: perché papà ?”. È questo senz’altro il momento più alto e misterioso di un’opera affascinante proprio perché non perfetta, coinvolgente al di là di un estenuante tempo narrativo perché impregnata di sincerità e autenticità. Leggi il seguito di questo post »

FOTO: Granada

Fotografie di Granada.

Prima installa il seguente componente in Firefox:

https://addons.mozilla.org/it/firefox/addon/5579

Poi vai al seguente indirizzo:

http://flickr.com

Apetta
per almeno 10 secondi (il tempo per PicLens di caricare le immagini)
poi posiziona il mouse in basso a sinistra di una qualsiasi immagine
(vedrai apparire un segno di play) e clicca

Guarda e ….. !!!

E poi se ti intriga prova QUI

Canzone Aushwitz di Guccini


Auschwitz [Francesco Guccini]

Son morto ch’ero bambino son morto con altri cento passato per un camino e ora sono nel vento.

Ad Auschwitz c’era la neve il fumo saliva lento nei campi tante persone che ora sono nel vento.

Nei campi tante persone ma un solo grande silenzio che strano, non ho imparato a sorridere qui nel vento.

Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento.

Ancora tuona il cannone ancora non è contenta di sangue la bestia umana e ancora ci porta il vento.

Io chiedo quando sarà che un uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare e il vento si poserà.

Don Bosco: Lettera da Roma

Scritti di DON BOSCO

LETTERA DA ROMA1

 

Roma, 10 Maggio 1884

Miei carissimi figliuoli in Gesù Cristo.

Vicino o lontano io penso sempre a voi. Un solo è il mio desiderio; quello di vedervi felici nel tempo e nell’eternità.—Questo pensiero, questo desiderio mi risolsero a scrivervi questa lettera. Sento, o cari miei, il peso della mia lontananza da voi e il non vedervi e il non sentirvi mi cagiona pena quale voi non potete immaginare. Perciò io avrei desiderato scrivervi queste righe una settimana fa, ma le continue occupazioni me lo impedirono. Tuttavia, benché pochi giorni manchino al mio ritorno, voglio anticipare la mia venuta tra voi almeno per lettera, non potendolo di persona. Sono le parole di chi vi ama teneramente in Gesù Cristo ed ha dovere di parlarvi colla libertà di un padre. E voi me lo permetterete, non è vero? E mi presterete attenzione e metterete in pratica quanto sono per dirvi.

Sogno. L’Oratorio prima del 1870

Ho affermato che voi siete l’unico ed il continuo pensiero della mia mente. Or dunque in una delle sere scorse, io mi era ritirato in camera, e mentre mi disponeva per andare a riposo, aveva incominciato a recitare le preghiere che m’insegnò la mia buona mamma. ln quel momento non so bene se preso dal sonno o tratto fuori di me da una distrazione, mi parve che mi si presentassero innanzi due degli antichi giovani dell’Oratorio. Uno di questi due mi si avvicinò e salutatomi affettuosamente mi disse: – O Don Bosco! mi conosce?

- Si che ti conosco: risposi.

- E si ricorda ancora di me? soggiunse quell’uomo.

- te e di tutti gli altri. Tu sei Valfrè, ed eri nell’Oratorio prima del 1870.

- Dica, continuò Valfrè, vuol vedere i giovani che erano nell’Oratorio ai miei tempi?

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La nostalgia della neve nelle città senza inverno

da Corriere della Sera del 10 febbraio 2008

Silenzio e dolcezza nell’ immagine di Central Park

di Bossi Fedrigotti Isabella

Central park sotto la neve nell’inverno del 1992

Bruce Davidson : Central park sotto la neve nell’inverno del 1992

Vedremo mai più la neve così nelle nostre città? Neve che pulisce, che nasconde, che rasserena anche la più gelida e meno accogliente delle metropoli? Potremo mai più camminare, come qui, su un tappeto silenzioso, affondando leggermente con i piedi nel bianco scintillante, mentre dal cielo continuano a cadere, in disordine vorticoso, i fiocchi che si posano sugli alberi, sui rami, sulle lanterne, sulle spalle e sui capelli? Torneremo mai più ad ammirare la faccia benigna dell’ inverno che ci riversa addosso nevicate vere, anche pungenti, anche sospinte da soffio violento, o ci dovremo per sempre accontentare della finta neve di cotone incollata alle vetrine natalizie, melanconica testimonianza della nostra nostalgia?

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Love Is A Battlefield di Pat Benatar

Testo della canzone tratto da QUI.

We are young, heartache to heartache we stand
No promises, no demands
Love Is A Battlefield
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